Critica

Concordo con i più che può essere un limite proporre solo “cose” che mi piacciono, lo Studio Bibliografico dovrebbero vendere a briglia sciolta per avere un futuro, ma sarebbe un futuro a cui non aspiro. Mi sono licenziato da un posto sicuro perché facevo un lavoro che non mi piaceva, non vorrei, adesso che ho trovato il mio habitat naturale, entrale in un circolo vizioso dove la legge mercantile la fa da padrone. Quindi, presento solo opere che secondo me hanno qualcosa da “dire”. Gli ultimi lavori di Michele Omiccioli mi piacciono proprio, vivono due vite quella sulla tela e quella dietro la tela. Segni allo stesso tempo duri e morbidi, la morbidezza del gesto e la durezza visiva. Michele non fa sconti, segue uno suo progetto e se vuoi catalogarlo con più enfasi un suo sogno, non gli importa di “piacere”, ma è interessato a catturare tutte quelle persone che guardano al di fuori di una tela, che considerano il quadro come pagine di un libro, dove il lettore immagina e scrive una propria sceneggiatura. Segni arcaici di una attualità impressionante, lettere di un alfabeto sconosciuto, inchiostro frantumato che cade come pioggia battente. Tele bianche che all’improvviso prendono forma e parlano al futuro, persone solo testa, uomini pensanti questi gli ultimi lavori di Omiccioli.

Lorenzo e Fabrizio Mugnaini

 

‘Ritratto di G.G.’, acrilico e pennarello su tela, 40 x 60 cm., 2017

 

 

Alfabeto e DNA            

Gilberto Grilli

 

Mesi fa conobbi un pittore che abita non lontano da casa mia. Spesso si è vicini a qualcuno o qualcosa, e non la si vede tanto è difficile comunicare anche con i vicini di casa.

In contrapposizione a questa mia riflessione, Michele Omiccioli – questo il nome del giovane artista – comunica continuamente con il mondo esterno e la società attraverso i suoi alfabeti personali, che scaturiscono dal suo codice genetico, e gridano il desiderio e la volontà di farsi capire, di fare conoscere la propria interiorità.

Come in un alveare, come le api creano le cellette per il loro magico prodotto, così Michele crea su carta o su tela le griglie che ospiteranno i suoi alfabeti e poi li scrive, li disegna, li stilizza; e noi spettatori siamo assaliti dalla estenuante curiosità di scoprire cosa c’è scritto, cosa significano quei piccoli segni – o disegni – tanto criptici quanto affascinanti.

Spesso mi viene il desiderio di assistere alla creazione della sua misteriosa scrittura, ma poi non ho mai osato chiederlo, in quanto penso che proprio la solitudine ed il confronto con se stesso, possa produrre questo genere di ideogrammi, tutti interiori, e capaci di esorcizzare i demoni sociali ed antropologici della personalità di Michele.

Qualche volta la mia mente fantastica e vede i suoi alfabeti come il tentativo di popolazioni extra-terrestri di comunicare con noi attraverso la mano ed i segni di questo giovane artista; poi rientro nella realtà, e mi rendo conto che gli extra-terrestri siamo noi, che abbiamo bisogno di comunicare, e dobbiamo avvicinarci all’arte di Michele con curiosità, ma soprattutto senza fretta. Le sue carte, le sue tele non amano farsi leggere velocemente e superficialmente, al contrario del consumismo e delle tecnologie di oggi, che ci sfiancano e distruggono la vita.


  

 

Visioni vertiginose

Silvia Cuppini

Michele Omiccioli e Paolo Sorrentino condividono la stessa passione, il primo per il Dottor Louis Ferdinand Destouches e l’altro per lo scrittore Celine, apparentemente due persone distinte, in realtà la stessa persona, che, nel tempo, ha preferito identificarsi con il nome della nonna materna. Il primo gli ha dedicato Decadi dell’ovest, un prezioso libro di poesie pubblicato nel 2005 con una presentazione di Katia Migliori, il secondo ha introdotto il suo film La grande bellezza con la seguente citazione tratta da Viaggio al termine della notte: «Viaggiare è molto utile, fa lavorare l’immaginazione, il resto è solo delusioni e pene. Il nostro viaggio è interamente immaginario, è là la sua forza». E proprio il viaggio – un viaggio che “fa lavorare l’immaginazione” – costituisce una chiave di lettura della complessa opera letteraria e di quella figurativa di Omiccioli, due momenti di scambio creativo: dalla forza poetica delle parole nascono immagini e le immagini si accompagnano sempre ai titoli che, a volte, sembrano imitazioni di quelli delle poesie : “Cosa lascio a terra”(Immagine) / Primo testamento(Poesia); ”Nella bufera dell’avvenire non c’è il sole”(I) / Quando il colore(P); “Paesaggio rinfrancato”(I) / Allegria di contribuenti(P); “Illuminare gli angoli”(I) / I semafori(P).

Un viaggio si compie attraversando luoghi diversi in tempi diversi: i disegni a penna, le architetture, le opere surreali, le elaborazioni digitali mostrano volta a volta spazi inaspettati che rimandano alle esperienze della virtualità in 3D di film di fantascienza o di eroi di fumetti. Una cultura che nasce dai media e dalla comunicazione di massa che nel secolo scorso ha dato luogo alla Pop Arte americana e che oggi è diventata un’esperienza quotidiana che orienta le nostre scelte, rassicurati sempre dalla banalità, da ciò che facilmente si comunica e si consuma. In questa tendenza culturale si creano comunque, perché sono sentite necessarie, delle nicchie, dei rifugi dove ciascuno, ma soprattutto gli artisti avvertono protetta la loro individualità. Per Omiccioli la sua difesa è la vertigine in cui cade la parola «non ti accorgerai / di quanto poco / si discosti / questo tutto, / dalla scelta / di uno scaffale / con la vista / su lettiera / da bimba» (da l’amore ai tempi dell’ikea), e la vertigine in cui cade l’immagine dentro Le matrici. Queste ultime, eredi dell’optical, creano abissi di geometrie bianconere dentro cui lo sguardo continua a cercare un centro, ma, come le cattive madri, disorientate, spostate sempre su altro, il centro cambia continuamente obiettivo e non lo troviamo e non ci troviamo.

I colossei il Guggenheim Museum si appendono verticali alle pareti perché da spazi aperti si sono trasformati in quadri, hanno perduto la terza dimensione, sono spazi dove il sogno si rapprende come nei disegni a penna dove i ritratti sono caricati, dove i paesaggi si aprono in anatomie di nervi e fasci muscolari che possono trasformarsi continuamente sotto l’effetto di un movimento del cervello.

Nella vertigine anche i tempi della vita e della morte si mescolano, il passato più remoto, quello delle origini, convive con il presente, i pittori traggono dalla scienza i loro segni, i biologi abbattono antiche certezze e Omiccioli registra con il suo lavoro l’eterna contraddizione del vivere.